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Pratiche di Public History

Non è detto che sia necessario sapere cosa sia la Public History per praticarla; in primo luogo non è una disciplina esclusiva degli storici. Io mi occupo di letterature classiche e, più di recente, di cultural heritage nell’ambito del Frame LAB, un laboratorio di comunicazione multimediale. Parlando in questi mesi con amici e colleghi che stanno promuovendo la public history in Italia mi sono accorto di averla da sempre praticata e conosciuta, sia come classicista, sia come studioso interessato al patrimonio culturale e alla sua comunicazione pubblica.

Da almeno quarant’anni, in Italia e nel mondo, i grandi poemi fondativi la tradizione letteraria occidentale, Iliade e Odissea sono studiati e commentati alla luce della cosiddetta teoria oralista, elaborata da Parry e Lord e poi mediata con categorie tipiche dell’antropologia culturale. In sintesi, possiamo affermare che per quasi una decina di secoli, tra il XV e il VI secolo a.C. in tutto il mondo greco la conoscenza del passato – e quindi della storia – in cui si costruiva un’identità linguistica e culturale era mediato da cantori girovaghi, poeti illetterati che raccontavano le antiche glorie degli eroi, prima nelle corti micenee e poi nelle poleis greche. La parola greca è klea che indica i fatti, le imprese, le gesta degne di essere conservate e su cui si concentrava l’attenzione della pubblica opinione. Nel racconto poi confluivano i valori, le tradizioni le enciclopedie dei saperi.Homer_by_Philippe-Laurent_Roland_(Louvre_2004_134_cor)

In questa modalità comunicativa risiedono – almeno credo – i due  elementi caratterizzanti la teoria della public history: il concetto di memoria pubblica e collettiva;  la trasmissione del passato attraverso media efficaci e fruibili da un pubblico amplissimo che tende a coincide con l’intera società di cui sono parte.

Cultural heritage e comunicazione; mi limito su questo punto a una rapida riflessione in parte già espressa in un volume a più mani, appunto incentrato su questi temi.  I beni culturali, in definitiva, sono degli oggetti cui una società, in una determinata epoca, attribuisce un valore e di cui richiede una conoscenza e una tutela pubblica perché intende conservarli e trasmetterli alle generazioni future. Questa è la funzione culturale del ‘bene’  da intendersi come testimonianza  di fenomeni culturali delle generazioni che ci hanno preceduto e in cui è stato riconosciuto un valore fondativo che li ha resi meritevoli di essere tutelati, tramandati e valorizzati.

Gli oggetti e le tradizioni assumono valori sociali e culturali assoluti che rendono necessario l’impiego di  risorse per la loro conoscenza e conservazione; non solo conservazione dell’oggetto: ma della funzione che quell’oggetto ha rappresentato storicamente.

In altri termini, tutela e valorizzazione dipendono da un primo atto di tipo sia conoscitivo sia organizzativo finalizzato a documentare l’esistenza e il ruolo svolto da uno specifico bene culturale. Musei, biblioteche, archivi, centri di documentazione: questi i luoghi deputati all’individuazione, selezione, catalogazione e organizzazione degli oggetti da tutelare, ma anche di comunicazione verso l’esterno. L’attività di studio se coniugata con un’efficace comunicazione contribuisce a creare un’opinione pubblica su ciò che è da considerarsi ‘bene culturale’ e soprattutto a sancire quel valore socialmente riconoscibile ad oggetti che senza un’opportuna documentazione – costruita anche sulla base di discipline che specificamente indagano quegli stessi oggetti – rischiano di essere trascurati o dimenticati. In assenza di questo l’oggetto o il monumento rischiano di scomparire; come tutti gli oggetti quando non servono più o non se ne conosce più il funzionamento.

Non si tratta quindi di Public History? Io ho scritto queste frasi più o meno 5/6 anni fa, quando ancora ignoravo del tutto l’esistenza di questa straordinaria, omnicomprensiva e necessaria prospettiva di studi.

Credo quindi di aver praticato la Public History prima ancora di conoscerla.

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