ricostruzione 3d di San Giovanni Evangelista, Ravenna

Dai diamanti non nasce niente,
dalle foto i modelli 3D

Utilizzo delle fonti per le ricostruzioni 3D

Quando per lo studio o la comunicazione pubblica del patrimonio tangibile si decide di utilizzare la Computer Grafica, il primo passo è quello di reperire ogni possibile dato sulla struttura da ricostruire: planimetrie, prospetti, disegni, ortofotografie, ma anche descrizioni testuali e citazioni storiche.

Ogni riferimento all’edificio o al contesto oggetto d’indagine deve essere vagliato e confrontato al fine di ottenere una solida base di partenza su cui operare le ricostruzioni 3D.

Se l’edificio o il contesto sono stati indagati archeologicamente o studiati in tempi relativamente recenti, allora è lecito attendersi che l’insieme di questi dati sarà piuttosto cospicuo e puntuale, costituito da attenti confronti, misurazioni precise, fotografie perfettamente ortogonali e prive di deformazioni prospettiche, letture iconografiche frutto di decenni di dibattiti e quant’altro.

Nonostante la moltiplicazione delle indagini scientifiche, tuttavia, la sola, spropositata quantità di beni presenti sul territorio nazionale fa sì che ancora oggi la situazione immaginata sopra rischi di essere un’eccezione.

Sono davvero molti, infatti, i casi in cui un edificio – anche celebre, ovvero “minore”, ma ben noto e studiato dalla comunità locale – sia scarsamente o per nulla documentato dal punto di vista materiale o storico-artistico.

Questo può dipendere da molteplici fattori: mancanza di fonti antiche, realtà ancillari, seppur interessanti, che scompaiono nel cono d’ombra di monumenti e contesti divenuti più celebri, indagini compiute con strumenti e metodologie non adeguati, difficoltà burocratiche ad accedere alla documentazione disponibile, distruzioni causate da eventi naturali o bellici (purtroppo entrambi molto frequenti negli ultimi anni).

Se il case study riguarda un edificio o un contesto esistente è possibile che questa situazione sfavorevole possa essere migliorata dalla scoperta di nuovi documenti, dalla prosecuzione degli scavi, dalla pubblicazione di nuovi studi o dall’assolvimento delle lungaggini burocratiche.

Qualora però si intenda ricostruire un oggetto non più esistente, allora la carenza di fonti su cui basare i modelli tridimensionali potrebbe essere un fatto permanente. Anche questo caso, che può sembrare un’eccezione, rappresenta in realtà la norma quando ci si occupa di antichità.

E allora, come si dice, quando non c’è il cavallo si fa con l’asino.

Fermo restando che in totale assenza di elementi conoscitivi occorre domandarsi se la Computer Grafica rappresenta davvero una possibilità valida (se non addirittura lecita) per incrementare la conoscenza sul bene in questione, nel caso in cui si disponga di qualche appiglio documentario e le finalità dello studio siano compatibili con ciò che plausibilmente si riuscirà a ottenere, si può comunque tentare la via della ricostruzione digitale se si tengono ben presenti alcune cautele, prima tra tutte quella di rendere esplicita quanta parte del modello è frutto di pure ipotesi e quanto è invece basato sui dati disponibili.

 

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Le mappe di attendibilità sono in molti casi lo specchio della quantità di fonti disponibili per le ricostruzioni 3D.

 

Prendiamo ad esempio il caso di un edificio di culto distrutto dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Se la chiesa non era stata oggetto di campagne di scavo e rappresentava una realtà in qualche modo secondaria nel contesto di appartenenza – quantomeno nella percezione odierna del territorio in cui si inserisce – è allora più che probabile che una sua ipotetica ricostruzione debba basarsi solo sulla memoria della stessa derivata dalle fotografie d’archivio del primo novecento.

 

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La chiesa di Santa Maria in Porto Fuori (RA) prima e dopo i bombardamenti alleati del 5 novembre 1944.

 

Si tratterà con tutta probabilità di scatti mirati a tutto tranne che alla documentazione dell’edificio: scorci, dettagli, foto di matrimoni e cresime, alcune sovraesposte, altre scurissime o ingiallite dal tempo, quasi tutte in bianco e nero. Un materiale non certo ideale per chi sogna di poter ricreare murature, volte e architravi adagiando sulla propria scrivania virtuale un’accuratissima planimetria frutto di minuziose indagini metriche, o perché no, di scansioni laser dell’interno ambiente.

Eppure, persino questo polveroso album dei ricordi potrebbe contenere sufficienti informazioni per comprendere e riprodurre (almeno nelle proporzioni) le volumetrie di un edificio, la sua decorazione, e, in casi estremamente fortuiti, anche i suoi colori.

La modellazione procederà lenta, e, ancor più che in altri casi, occorrerà un continuo e puntuale confronto tra il modellatore e lo storico, l’archeologo o l’architetto. Tuttavia questo approccio forzatamente interdisciplinare  potrebbe persino condurre a risultati più accurati di quanto la natura apparentemente spuria della documentazione disponibile farebbe supporre.

Ogni dettaglio architettonico desunto dalle foto andrebbe riferito innanzitutto a se stesso, confrontando i vari scatti in cui compare, e quindi agli elementi contigui. I riferimenti dimensionali sarebbero da desumere per via occhio o “spannometrica” (per mutuare espressioni gergali ingegneristiche) oppure utilizzando come metro di paragone elementi simili ancora disponibili. Infine, trattandosi di materiale fotografico, sarà indispensabile un trattamento dello stesso tramite software di fotoritocco, sia per una lettura preliminare delle strutture finalizzata alla modellazione, sia, se necessario, per un utilizzo delle fotografie per la caratterizzazione delle superfici.

Questo secondo aspetto ci consente di sottolineare ulteriormente come un materiale di questo tipo, se utilizzato consapevolmente e con pazienza, può rivelarsi estremamente utile.

Nell’esempio che stiamo trattando l’insieme delle foto sarà molto eterogeneo, ma gli strumenti degli attuali programmi per la manipolazione delle immagini dovrebbero consentire – più o meno semplicemente – di equalizzare le foto, normalizzare le esposizioni, raddrizzare le prospettive estreme, riproporzionare gli elementi deformati, e ottenere in questo modo un gruppo di immagini utilizzabili come textures per il modello che stiamo ricostruendo; inoltre questo lavoro potrà fornire nuove superfici utili al completamento della modellazione stessa.

In conclusione, la scarsità di fonti rappresenta di sicuro un problema per le ricostruzioni in Computer Grafica, ma può trasformarsi in un’inaspettata risorsa. L’interpretazione delle informazioni mancanti da parte di un gruppo di ricercatori afferenti a discipline diverse può condurre all’elaborazione di nuove ipotesi, la manipolazione delle foto d’epoca – per attenerci all’esempio della chiesa distrutta – far emergere nuovi dettagli strutturali e decorativi, l’indagine e la ricerca sulla memoria di edifici e contesti “minori” arricchirne l’immagine e ravvivarne il ricordo presso le comunità locali. Se l’edificio in questione poi, non è più esistente, la ricostruzione digitale e le sue declinazioni (tour virtuali, filmati, giochi educativi e render) costituiranno una nuova (e unica) possibilità di visione d’insieme e fruizione del bene e potranno costituire a loro volta un notevole corpus di dati per eventuali, futuri studi.

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