Public history festival

Parlare di storia al Festival del prosciutto, si può?

Festival e Public Historians

Chi sono i Public Historians? Com’è maturata la consapevolezza degli storici? Come l’interesse sempre maggiore del pubblico nei confronti della storia e l’aumento dell’audience hanno influito sulla loro consapevolezza e sulla loro autorevolezza? Quali sono le nuove metodologie per raccontare la storia e come gestire il rapporto dentro-fuori il mondo accademico?

Questi sono solo alcuni degli interrogativi posti all’interno del Panel dedicato alla Public History nei festival e nelle riviste.

Introduce al tema Elisabetta Vezzosi, dell’Università di Trieste. Nel 2009, sulla rivista Contemporanea, Elisabetta scriveva: “può la Festa Internazionale della Storia rappresentare una via verso una Public History italiana?”. Ne riparliamo oggi, in compagnia di Rolando Dondarini, Professore di Storia Medievale all’Università di Bologna e Presidente del festival.

_DSC3641

Un festival che si fa chiamare “festa”, perché vissuto dall’interno e non mosso a rappresentare semplicemente una serie di contributi ricevuti dall’esterno. Nato dall’insoddisfazione per la didattica che, secondo docenti e studenti, doveva attivare modalità diverse di apprendere ed insegnare la storia, il festival è oggi alla 13a edizione. Con 2889 eventi, coinvolge dai bambini agli adulti in un costante rapporto con il territorio, la musica e le tradizioni, per educare la comunità al patrimonio e risanare il paesaggio, il grande malato d’Italia. In apertura, la giornata dell’alimentazione, riscuote sempre grande successo.

Public Historians non convenzionali

_DSC3676

Ed è proprio l’alimentazione come strumento per raccontare diversamente la storia della resistenza, al centro del libro “Partigiani a tavola”, presentato dalle autrici Lorena Carrara ed Elisabetta Salvini. Esperienza da Public Historians del tutto inconsapevole quella di queste due autrici che nel 2015 iniziano a promuovere il libro partendo dalla spaghettata antifascista di Casa Cervi, al Festival del prosciutto. Non manca nelle loro parole un po’ di risentimento per l’esclusione dai festival della storia.

La storia, raccontata in termini non convenzionali dunque, l’interesse mediatico e la curiosità di un pubblico eterogeneo, a rischio di banalizzazione e strumentalizzazione. E’ opportuno coinvolgere tutti nel “discorso pubblico”, ma quali sono gli strumenti adatti ad acquisire quella autorevolezza che Alex Green chiamava “academic citizenship”?

Condividi
  •  
  •  

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *