IL ’68 NELLA LETTERATURA

Nel Sessantotto, l’atteggiamento degli scrittori di fronte alla contestazione giovanile fu disuguale, e a volte imprevedibile. Se rimane celebre la provocazione di Pasolini a difesa dei poliziotti, non mancarono d’altra parte entusiasmi e illusioni. Nel contempo, andava sempre più ramificandosi, tanto in narrativa quanto in poesia, quel gusto per la sperimentazione già ben vivo dall’inizio del decennio. Per la verità, negli anni Sessanta le nuove generazioni sempre più spesso vedevano piuttosto nella musica leggera il veicolo idoneo tanto per quietare i propri bisogni di liricità, quanto per riconoscersi politicamente.
I poeti veri e propri, intanto, nel guardare al presente in maggioranza finivano con l’adottare una dizione ardua, riservata ai lettori meglio addestrati, in grado di delibare raffinate allusioni e studiate oltranze, attraverso una forte sperimentazione formale. Il rilievo non riguarda soltanto i neoavanguardisti appartenenti al Gruppo 63 (che anzi proprio nel ’68 si sciolse), ma anche autori di diverso orientamento, come Giovanni Giudici, Mario Luzi, Andrea Zanzotto, i quali nel frangente firmarono alcune delle loro opere più complesse. Zanzotto, ad esempio, con “La Beltà” (Mondadori) costruì un seducente labirinto intorno al quale da decenni si affanna la critica, nel tentativo di catturare qualche stilla di significato da un’”acqua che scaturisce dal sottofondo della coscienza e della natura”, come scrisse Eugenio Montale sul “Corriere della Sera” del 1° giugno 1968.
 Anche nel campo della narrativa alla fine degli anni Sessanta è riscontrabile una crescita d’interesse per la sperimentazione, variamente declinata.
Italo Calvino (1923-1985), trasferitosi proprio allora a Parigi, prende a frequentare i membri.