Renazzo

La località deve il suo nome all’antica morfologia del territorio: il fiume Reno rendeva queste zone paludose e acquitrinose, da qui l’uso di un termine dispregiativo.
A metà del XV secolo il territorio apparteneva allo Stato Pontificio, ma la scarsa rendita dei campi convinse il Papa a cedere i possedimenti ai cittadini di Cento e Pieve di Cento.

La vita di Renazzo ebbe inizio con la costruzione della chiesa parrocchiale dedicata a San Sebastiano.
Il martire Sebastiano era spesso invocato a protezione dalle malattie e pestilenze. Il suo culto era, quindi, pienamente giustificato in un ambiente paludoso e spesso malsano.

Chiesa parrocchiale di San Sebastiano

Nei primi anni del Seicento nella chiesa di San Sebastiano trovarono posto alcune opere del giovane Guercino. Tuttavia l’edificio per cui il maestro dipinse non è lo stesso che si può ammirare oggi.

La chiesa attuale è un edificio settecentesco progettato dall’architetto bolognese Carlo Francesco Dotti. Le scelte strutturali e stilistiche sono all’insegna della classicità e della razionalità dei volumi.

La navata centrale della chiesa

La struttura si ispira ai dettami del Concilio di Trento, che richiedevano una chiesa con un’acustica limpida e in grado di accogliere il maggior numero di fedeli.

Con la demolizione della parrocchia quattrocentesca le opere del Guercino vennero trasferite nei nuovi ambienti, mentre furono distrutti alcuni affreschi di sua mano.
Sull’altare maggiore si trova il santo titolare dipinto da Benedetto Gennari, nipote e allievo del Guercino.
Spesso i collaboratori di bottega realizzavano copie delle più apprezzate opere del maestro. Infatti la tela è la copia di un dipinto che il Guercino aveva eseguito per il cardinale Francesco Maria Machiavelli.

Il Guercino nella chiesa di San Sebastiano

Nel corso dei primi anni della sua carriera il Guercino fu chiamato a realizzare tre tele per la parrocchiale di Renazzo.

Secondo la critica la prima opera è la Madonna col Bambino in trono tra i Santi Francesco, Antonio Abate e Bovo, oggi collocata nell’ultima cappella a sinistra della navata.
Questa pala aderisce alle esigenze devozionali di una comunità contadina. Compaiono infatti i santi Antonio Abate e Bovo protettori degli animali da stalla.

Dal punto di vista stilistico il Guercino si ispira a Carlo Bononi nella definizione monumentale delle fisionomie, nonché nella descrizione dei panneggi con campiture di colore decise. Grazie a questo dialogo col pittore ferrarese è stata proposta una datazione intorno al 1611-1612.

La Madonna col Bambino in trono tra i Santi Francesco, Antonio Abate e Bovo, Giovanni Francesco Barbieri, detto il Guercino, 1611-1612 ca.

Successivamente, per la prima cappella a sinistra, il maestro dipinge tra il 1613 e 1614 il Miracolo di San Carlo Borromeo. Qui il cardinale lombardo, canonizzato pochi anni prima, ridona la vista ad un bambino nato cieco.
L’apparizione miracolosa è immersa in un’ambientazione semplice e domestica. Le figure della mamma e della balia mostrano un atteggiamento umile e dimesso.
Questa prima fase della produzione guerciniana esprime in modo spontaneo un linguaggio fatto di poesia dolce e quotidiana.

Il miracolo di San Carlo Borromeo, Giovanni Francesco Barbieri, detto il Guercino , 1613-1614 ca.

La stessa capacità di catturare gli affetti più intimi, dovuta all’influenza di Ludovico Carracci, torna nella Madonna col bambino in gloria tra San Pancrazio e una santa monaca. L’opera, databile al 1615 circa, si trova nell’ultima cappella a destra prima dell’abside.
La Vergine tra le nubi coccola con dolcezza il bambino. Nella parte inferiore le rendono omaggio un’elegante santa monaca e un robusto San Pancrazio, protettore delle messi.

La Madonna col Bambino in gloria tra San Pancrazio e una santa monaca, Giovanni Francesco Barbieri, detto il Guercino, 1615-16 ca.

Le tele del giovane Guercino rivelano il suo coinvolgimento nei culti di una parrocchia di provincia, la cui vita religiosa era impregnata dei valori più solidi e autentici.