Antico Egitto ed Egittomania: una storia dal Cinquecento ai giorni nostri

Antico Egitto ed Egittomania: una storia dal Cinquecento ai giorni nostri

In Italia l’interesse per l’Antico Egitto trova i primi riscontri a Torino nel Cinquecento.
Proprio in questo periodo infatti venne alla luce una statua dedicata ad Iside durante lavori in città.
Questa scoperta unita ad altri indizi fantasiosi fu utilizzata per l’opera Augusta Taurinorum (1577), che spiegava l’origine egiziana di Torino.

Abbiamo in questo momento storico notizie di numerose visite di europei in Egitto dopo la conquista turca del 1517. I resoconti erano curiosi e integrati da descrizioni spesso fantastiche, ma da subito iniziò a dilagare l’interesse per le mummie. Molte di queste vennero sottratte e spesso utilizzate per preparare composti ritenuti miracolosi. Altro elemento di grande interesse si dimostrò essere la Sfinge, spesso rappresentata nelle stampe europee con sembianze di donna per l’errata associazione con la sfinge della mitologia greca.

Nel Seicento Emanuele Tesauro scrisse la Historia della Augusta Città di Torino, opera che sottolineava le origini egizie dei Savoia.
Le origini mitologiche della città erano funzionali al programma propagandistico della casata. Fu certamente questo fantasioso legame con l’Antico Egitto che spinse la città di Torino a ricercare costantemente antichità egiziane. Come i Savoia già più di un secolo prima il papa Alessandro VI Borgia aveva sostenuto di discendere dall’unione tra Iside e Osiride. Nei suoi appartamenti vaticani il papa aveva fatto affrescare da Pinturicchio scene del mito di Iside, Osiride e del toro Apis.
Nel 1630 Carlo Emanuele I Savoia acquistò la Mensa Isiaca, che faceva parte della collezione dei Gonzaga. La Mensa Isiaca è una tavola d’altare con il piano e i bordi ricoperti da figurazioni e segni incisi ispirati a temi egizi. La Mensa Isiaca deve il suo nome alla figura della dea Iside in trono al centro.
Il reperto, non un originale egizio, fu realizzato intorno al I sec. d.C. a Roma. Attualmente è conservata al Museo Egizio di Torino.

Sempre nel Seicento ci furono i primi tentativi di interpretazione delle testimonianze egizie. Il gesuita Athanasius Kircher pubblicò nel 1643 il trattato Lingua Aegyptiaca restituta, anche se questo successivamente si rivelò essere un passo falso basato sulla teoria che i segni geroglifici avessero valore solo simbolico.

L’analisi delle frammentarie strutture architettoniche egizie invece consentirono alla cultura figurativa europea di accogliere vari elementi essenziali dell’arte egizia. Tuttavia, poichè “l’antico” era greco e romano per antonomasia, le caratteristiche dei monumenti egizi erano integrate con altre più facilmente accettabili perchè prese in prestito dalla tradizione classica. Da una parte le Mille e una notte, lette quasi come un manuale di tutto ciò che era arabo e orientale, dall’altra i monumenti misteriosi del popolo scomparso, facevano dell’Antico Egitto una realtà in bilico tra l’esotico e il remoto passato, collocandolo tra cultura e mito nell’immaginario collettivo europeo.

Nel tardo Settecento aumentarono i resoconti di viaggio in Egitto, presentato come luogo di fondamentali esperienze. Un esempio di questa funzione “formativa” dell’Egitto ci è data dall’opera teatrale di Mozart Il flauto magico (1791). Il culto della civiltà egizia divenne un vero e proprio fenomeno di massa e costume. Un notevole impulso al revival egiziano fu stimolato da Giovanni Battista Piranesi che nel 1769 pubblicò le Diverse maniere di adornare i cammini, ricche di decorazioni “all’egizia”. Nel 1770 Il Caffè degli inglesi in Piazza di Spagna fu arredato in stile orientale. Tra 1772 e 1776 in Vaticano fu allestita la Sala dei Papiri. Nello stesso periodo furono collocate statue egizie a Villa Borghese, e la regina Maria Antonietta fece arredare i palazzi di Versailles e Fontainebleau in stile neo-egizio.

Illustrazione dal libro "Diverse maniere d'adornare i cammini". Foto dal sito UCDigitalis.
Illustrazione dal libro “Diverse maniere d’adornare i cammini”. Foto dal sito UCDigitalis.

Tra fine Settecento e inizio Ottocento con l’affermazione dello stile neoclassico l’Europa viene contagiata da una vera e propria mania per oggetti e decorazioni di gusto egizio.

Durante la campagna d’Egitto di Napoleone (1798-1802) ci furono numerosi ritrovamenti archeologici. Dominique-Vivant Denon, al seguito di Napoleone, fu incaricato di redigere una Description illustrata dell’Egitto. La Description, pubblicata nel 1809, per lungo tempo è rimasta un’opera capitale per la diffusione del gusto delle antichità egizie in Europa. Insieme all’esercito napoleonico erano salpati moltissimi altri uomini di cultura, che documentarono come Denon monumenti e manufatti. Nacque una nuova attenzione per queste mete. I viaggi di uomini di cultura verso l’Egitto influenzarono il gusto e i modelli in Francia, poi in Inghilterra. Le scoperte inoltre resero più accessibili sculture, oggetti d’arte e arredi egiziani.
In età napoleonica il Louvre fu arredato in stile egizio con l’inserimento di molti oggetti trafugati nel corso delle campagne militari.
L’inizio dell’Ottocento fu caratterizzato da una corsa allo scavo che diede vita alle collezioni egizie dei più grandi musei europei.

Nel 1822 Jean-François Chiampollion diede la prima forte spinta agli studi egittologici con la decifrazione della Stele di Rosetta.
Da metà Ottocento iniziarono le “grandi scoperte”: il tempio della Sfinge a Menfi, le liste dei re di Saqqara e i vari monumenti nella regione di Tebe.
Sul finire del secolo in Egitto si insediarono missioni permanenti di scavo. I progressi di turismo e fotografia resero più vicini e familiari gli scenari di Egitto e Oriente. Tra 1859 e 1869 fu costruito il Canale di Suez. L’opera continuò a mantenere alto l’interesse nei confronti dell’Egitto. Nel 1870 ci fu la prima rappresentazione di Aida, l’opera in quattro atti di Giuseppe Verdi, commissionata per festeggiare l’apertura del Canale di Suez.
L’egittomania conquistò Europa e America. Con il diffondersi dell’Art Nouveau continuò la ricorrenza dei motivi egizi associati a questo nuovo stile.
Il gusto per l’esotico e per il diverso iniziarono a costituire un antidoto alle frustrazioni di un Occidente sempre più omologato. L’immaginario pittoresco dell’Antico Egitto appariva come l’esatta antitesi dell’uniformismo della “vita moderna”, e le fantasie della borghesia occidentale tentavano l’evasione andando con la mente nel Vicino Oriente.

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Cartolina dell’apertura del Canale di Suez, tribuna dei sovrani. Immagine dal sito del Victoria&Albert Museum.

 

Durante tutto l’Ottocento vi furono operazioni di sistematico saccheggio di opere d’arte egizie da parte di europei.

Agli inizi del Novecento l’egittomania sfociò in un’ondata di esotismo che pervase cultura, arte e moda. Nel 1922 fu scoperta la tomba di Tutankhamon, che contribuì al rilancio della moda dell’Egitto, mai veramente sopita. La nuova ondata di egittomania si propagò ai limiti dell’ossessione. La geometria, i bassorilievi e le figure ieratiche tipiche dell’arte egizia inoltre erano perfettamente in sintonia con la linearità e la bidimensionalità dello stile emergente: l’Art Decò. Anche la moda e la pubblicità dell’epoca furono fortemente influenzate. Possiamo trovare infatti numerosi motivi decorativi di piramidi, sfingi e fiori di loto.

Nel secolo scorso sono stati costruiti molti romanzi pseudo-storici di successo basati sull’Antico Egitto. Agatha Christie, moglie di un archeologo, ambientò il giallo C’era una volta all’epoca di Mentuhotep I. Non inferiori ai romanzi per inventiva ed efficacia, anche molti fumetti hanno preso spunto dal tema egizio. Ad esempio nel 1943 la Disney pubblicò L’anello maledetto, breve storia ambientata nel museo di Paperopoli in Egitto.

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Agatha Christie e il marito. Immagine dal sito The Montrealer.

L’ egittomania raggiunse anche Hollywood nell’immediato dopoguerra. Sono questi gli anni di produzione dei kolossal “I Dieci Comandamenti” (1956), “La Mummia” (1959) e “Cleopatra” (1963). Scenografie grandiose di sicuro effetto, moltissime comparse e costumi fastosi garantirono ottimi risultati.

Ai giorni nostri, l’egittomania si manifesta ancora con sporadiche comparse cinematografiche di film che spesso sono entrati prepotentemente nell’immaginario comune (La Mummia, 1999).

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Martina Fabbri

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