Chi sono le Muse?

Figlie di Zeus, il padre degli dèi e degli uomini, e di Mnemosyne, la Memoria sono nate sulle cime dei monti, ai confini tra la terra e il cielo: forse sul Monte Olimpo dove vivevano gli altri dèi, o poco distante nei monti della Pieria, o ancora sul monte Elicone in Beozia.

Sicuramente sono 9 e ognuna di esse ha un nome parlante che si collega con la gioia della danza e del canto, con il piacere della festa: Clio ed Euterpe e Talia e Melpomene, Tersicore e Erato, Polinnia e Urania e infine Calliope.

Come gli antichi possiamo immaginarle come fanciulle che danzano e battono il tempo nel coro coi piedi delicati. Le Muse scandiscono nella danza un canto fascinoso con voce sonora e melodiosa. Sono dee figlie di dèi, quindi tutto conoscono e tutto sanno perché come spiega Esiodo sono sempre presenti. Vedere e sapere in greco hanno la stessa radice linguistica: eidenai. Ma è un sapere che si collega con la natura della loro madre, la Memoria: perché in una civiltà priva di scrittura, fatta di parole e suoni, di voci e canto come quella greca delle origini la conoscenza è nella memoria e nella capacità di ripetere e raccontare storie tradizionali – oggi li chiamiamo miti e attribuiamo ad essi un’infinità di significati tutti compresi in quello originario, per cui mythos non è altro che il racconto, o la parola narrata.

La Musa Urania, Gallerie Estensi, Pinacoteca Nazionale di Ferrara

Le Muse a noi oggi familiari come patrone delle arti e fonte di ispirazione dei poeti e degli artisti, fino alla decima musa, quella del cinema, erano un tempo un gruppo indistinto; anzi la Musa che invoca Omero, il primo dei poeti, è una sola.  Sarà Esiodo in un poema che ha l’obiettivo dichiarato di fare ordine nelle intricate genealogie degli dèi, la Teogonia, a specificarne il numero e i nomi. Ma solo più tardi, quando nell’età di Alessandro Magno la scrittura e i libri prevalgono, gli eruditi e i bibliotecari con la loro smania catalografica ne certificheranno le  diverse funzioni collegate ai generi letterari.

La Musa Erato, Gallerie Estensi, Pinacoteca Nazionale di Ferrara

Ed ecco Clio diventa la Musa della storia, Euterpe della poesia lirica, Talia della commedia e Melpomene della tragedia, Tersicore della danza e del canto corale, Erato della poesia erotica, Polimnia degli inni agli dèi e Urania dell’astronomia; e infine Calliope, la più importante di tutti, patrona della poesia epica.

Ma prima erano tutte allo stesso modo percepite come le divinità della comunicazione poetica con cui la civiltà greca per secoli ha tramandato le proprie conoscenze: etiche, tecniche, religiose e politiche. Attraverso la trama seducente del racconto – del mito –  appreso direttamente dalle Muse, custodi della Memoria i poeti hanno insegnato e trasmesso di generazione in generazione i saperi ritenuti fondamentali per la sopravvivenza della società.

I poeti, i sophoi erano tali perché conoscevano la lingua delle Muse e attraverso di essa componevano, improvvisandoli oralmente, i loro canti.

Poi le Muse sono diventate un simbolo, un’icona della creazione artistica. Hanno perduto l’aura divina e hanno acquistato la capacità di esprimere altri significati e tensioni, fino a diventare inquietanti nell’iconografia geometrica e inquieta di De Chirico. Ma prima di diventare immagine sono state ancora compagne dei poeti e della loro invenzione, da Ovidio a Ariosto fino a Montale, e invocate a garantire non più la veridicità del racconto ma la perizia tecnica dell’autore.

Nel pieno umanesimo Guarino da Verona è uno dei pochi eruditi capace di leggere il greco, in grado di comprendere un prezioso manoscritto in cui un dotto bizantino, Johannes Tzetzes, commenta la Teogonia di Esiodo. Sollecitato o più probabilmente sollecitando il marchese Leonello inventa nuovi significati alle antiche Muse, le trasforma a uso e consumo della cultura e della politica della casata d’Este. Urania mantiene il suo ruolo di regina dell’astronomia, mentre Talia e Polimnia sono descritte come inventrici dell’agricoltura. Da una sua lettera un cantiere di artisti del valore di Angelo Maccagnino, Cosmé Tura e Michele Pannonio, e altri ancora che vorremmo meglio identificare, produce un ciclo pittorico straordinario in cui le antiche fanciulle che danzano diventano regine e matrone. E in ogni caso modello da seguire o da trasformare in una tradizione di immagini che dura fino a oggi.

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