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Eneide

Come è indicato nei margini superiori delle pagine fittizie («Virg. Mar. Aeneidos X»), il codice intarsiato è ‘aperto’ su un brano dal X libro dell’Eneide, il libro consacrato alle imprese belliche. Il testo inciso (corrispondente ai vv. 457-490) descrive il duello tra Turno, il re dei Rutuli, e Pallante, figlio di Evandro, alleato di Enea, e la conseguente morte del giovane: una delle molte morti premature che Virgilio raffigura con tragica soggettività. Prima del duello, Pallante rivolge una vana preghiera a Ercole. A questi, impotente di fronte al destino del giovane, risponde consolatoriamente Giove: il giorno della fine è fissato per ognuno, ma spetta alla virtus, grazie alle imprese, estendere la gloria dell’uomo oltre il limite irrevocabile della vita. In questi versi (467-469) molti hanno colto una sorta di epitaffio per lo stesso Federico, morto prima della conclusione della decorazione dello studiolo.

Come testimoniano le lezioni di tre passi (effudit, v. 465; diripit, 475; cum, 483) e l’esametro finale (490) incompiuto, il testo dell’Eneide è quello riportato anche dai due codici quattrocenteschi che contengono le opere virgiliane, presenti nella biblioteca di Federico (Urb. lat. 350 e Urb. lat. 642 della Biblioteca Apostolica Vaticana), sebbene con varianti ortografiche (ad es. toties per totiens, v. 483)e anche alcuni errori morfologici (cavam per cava, 475; clypeis per clypei, 477; libraus per librans, 480) e metrico-sintattici (sanguisque per sanguis, 487). Rispetto al testo dei codici, si segnala, nella tarsia, l’assenza dei segni di interpunzione e delle abbreviature paleografiche. Il costante ricorso all’assimilazione consonantica e la y nel sostantivo clipeus apparentano più strettamente il testo della tarsia a quello del cod. Urb. lat. 350.
Gli esametri sono disposti su due righe, secondo un criterio spaziale e non metrico o sintattico. L’inizio del verso è segnalato dalla lettera maiuscola, mentre una indentatura precede il testo a capo. La disposizione della ‘citazione’ intarsiata non riproduce quella del testo corrispondente nei fogli dei codici urbinati. L’interruzione sintattica alla fine del brano sembra però restituire la volontà di rappresentare realisticamente un codice fittizio.

Trascrizione

Hunc ubi contiguum
missae fore credidit hastae
Ire prior pallas si qua fors
adiuvet ausum
Viribus imparibus magnum-
que ita ad aethera fatur
Per patris hospitium et men-
sas, quas advena adisti             
Te precor Alcide coeptis
ingentibus adsis
Cernat semineci sibi me
rapere arma cruenta
Victoremque ferant morien-
tia lumina turni
Audiit Alcides iuvenem
magnumque sub imo
Corde premit gemitum la-
crimasque effudit inanes.     
Tum genitor natum dictis
affatur amicis
Stat sua cuique dies bre-
ve et irreparabile tempus 
Omnibus est vitae sed fa-
mam extendere factis
Hoc virtutis opus Troiae
sub moenibus altis
Tot nati cecidere Deum
quin occidit una              
Sarpedon mea progenies
etiam sua turnum
Fata vocant metasque dati
pervenit ad aevi
Sic ait atque oculos rutu-
lorum reicit arvis
At Pallas magnis emittit vi-
ribus hastam
Vaginaque cavam fulgentem
diripit ensem
Illa volans umeri surgunt
qua tegmina summa
Incidit, atque viam clypeis   
molita per oras
Tandem etiam magno strin-
xit de corpore turni
Hic turnus ferro praefixum
robur acuto
In pallanta diu libraus iacit
atque ita fatur
Aspice num mage sit nostrum penetrabile telum
Dixerat at clypeum tot ferri
terga tot aeris
Cum pellis toties obeat    
circumdata tauri
Vibranti cuspis medium
transverberat ictu
Loricaeque moras et pectus
perforat ingens
Ille rapit calidum frustra
de vulnere telum
Una eademque via sanguisque animusque sequuntur
Corruit in vulnus sonitum
super arma dedere
Et terram hostilem moriens
petit ore cruento
Quem Turnus super assistens         

Traduzione (Antonio Ziosi)

Come lo crede a tiro di lancia, Pallante muove per primo, con la speranza che la sorte aiuti la sua audacia
nell’impari duello, e parla così al grande cielo:
«per l’ospitalità che ti offrì mio padre e la mensa cui giungesti straniero,
ti prego, Ercole, assisti la mia smisurata impresa.
Possa Turno vedere, mentre spira, che gli strappo le armi insanguinate
e i suoi occhi morenti reggano la vista della mia vittoria».
Ercole prestò orecchio al giovane e, soffocando
un gemito nel profondo del cuore, versò lacrime vane.
Allora il padre Giove parla al figlio con parole d’affetto:
«è fissato a ciascuno il suo giorno, breve e irrevocabile
per tutti è il tempo della vita, ma è compito del valore
estendere la fama con le imprese. Sotto le alte mura di Troia
caddero molti figli di dei; e con essi morì persino Sarpedonte,
mia stessa progenie. Anche Turno è chiamato dal suo destino;
è giunto al termine del tempo che gli è dato».
Così dice e distoglie gli occhi dai campi dei Rutuli.
Ma ecco che Pallante scaglia la lancia con grande forza
e strappa dalla cava guaina la spada splendente.
L’asta, nel suo volo, cade giù nel punto in cui s’alza sulla spalla
l’estremità dell’armatura, trova un varco nell’orlo dello scudo,
e infine sfiora il grande corpo di Turno.
Allora Turno bilancia con calma l’asta dall’acuminata punta di ferro,
la scaglia contro Pallante, e dice:
«sta’ a vedere se la mia lancia penetra meglio!»
Con un colpo che fa tremare, la punta trafigge nel mezzo lo scudo,
tanti strati di ferro, tanti di bronzo,
ricoperti più volte tutt’intorno di cuoio,
e trapassa l’ostacolo della corazza e il petto possente.
Pallante strappa invano l’arma, calda, dal suo corpo:
dalla stessa via sorgano insieme il sangue e la vita.
Cadde sulla ferita, gli risuonarono sul corpo le armi,
e, morendo, affondò la bocca gonfia di sangue nella terra nemica.
Ritto su di lui, Turno…

Testo ed. critica (P. Vergili Maronis Opera, ed. R.A.B. Mynors, Oxonii 1972)

hunc ubi contiguum missae fore credidit hastae,     
ire prior Pallas, si qua fors adiuuet ausum    
uiribus imparibus, magnumque ita ad aethera fatur:
‘per patris hospitium et mensas, quas aduena adisti, 460
te precor, Alcide, coeptis ingentibus adsis.  
cernat semineci sibi me rapere arma cruenta
uictoremque ferant morientia lumina Turni.’
audiit Alcides iuuenem magnumque sub imo          
corde premit gemitum lacrimasque effundit inanis. 465
tum genitor natum dictis adfatur amicis:      
‘stat sua cuique dies, breue et inreparabile tempus  
omnibus est uitae; sed famam extendere factis,       
hoc uirtutis opus. Troiae sub moenibus altis
tot gnati cecidere deum, quin occidit una      470
Sarpedon, mea progenies; etiam sua Turnum          
fata uocant metasque dati peruenit ad aeui.’ 
sic ait, atque oculos Rutulorum reicit aruis. 
At Pallas magnis emittit uiribus hastam     
uaginaque caua fulgentem deripit ensem.     475
illa uolans umeri surgunt qua tegmina summa         
incidit, atque uiam clipei molita per oras     
tandem etiam magno strinxit de corpore Turni.       
hic Turnus ferro praefixum robur acuto       
in Pallanta diu librans iacit atque ita fatur:   480
‘aspice num mage sit nostrum penetrabile telum.’    
dixerat; at clipeum, tot ferri terga, tot aeris, 
quem pellis totiens obeat circumdata tauri,  
uibranti cuspis medium transuerberat ictu   
loricaeque moras et pectus perforat ingens.  485
ille rapit calidum frustra de uulnere telum:  
una eademque uia sanguis animusque sequuntur.    
corruit in uulnus (sonitum super arma dedere)        
et terram hostilem moriens petit ore cruento.          
quem Turnus super adsistens

Eneide, estratto dal canto X. Voce: Alessandro Iannucci.