Perfect Skin – L’uomo non è una tela

Perfect Skin – L’uomo non è una tela

Katia, giovane ragazza dell’Est Europa, si aggira in una Londra selvaggia e scintillante in cerca di lavoro. Una sera, dopo varie tappe nei bar della città, incontra Bob, un affascinante tatuatore apparentemente innocuo. Ben presto però, quell’innocuo tatuatore si dimostrerà più malintenzionato del previsto. Katia verrà rapita, drogata e imprigionata senza un motivo particolare. Bob vuole forse stuprarla? No, il suo obiettivo è molto più particolare: realizzare il suo sogno, realizzare un capolavoro di bellezza perfetta che lo renderà immortale. E il corpo di Katia sarà la sua tela.

Il regista Kevin Chicken realizza un racconto dark ed eccitante; una storia di ambizione e passione insoddisfatta che scivola nell’ossessione. Chicken è un ottimo filosofo, un buon scrittore e un discreto regista. La filosofia di fondo del film è incredibilmente affascinante.

Penso non fosse mai stata fatta un’analisi così approfondita sul significato metaforico dei tatuaggi e sul mondo della body art. Un tatuaggio è un simbolo che trasmette un messaggio attraverso un’estetica ben precisa. Dunque un tatuaggio, sia per la sua realizzazione, sia per il significato che veicola, può considerarsi un’opera d’arte. Tuttavia, la persona che trattiene in sé l’opera d’arte può considerarsi una tela? E se una persona è fisicamente ricoperta di opere d’arte, diventa essa stessa un’opera d’arte? Questa è la domanda che il film ci pone: una persona può essere un’opera d’arte?

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La risposta è ambigua. Perfect Skin è sicuramente ambizioso nella tematica. Kevin Chicken riesce a delineare due profili psicologici estremamente raffinati e non scontati. La bravura degli attori, poi, è indiscutibile. In particolare Richard Brake, che dà volto al tatuatore, è capace di animare un personaggio complesso e disturbato che affascina nelle sue varie sfaccettature. Bob è un’artista, non un carnefice. Anche quando uccide, non lo fa per sadismo, ma semplicemente per difendere e la propria arte. Bob è infatti un artista tormentato dall’idea della perfezione. Un uomo così ossessionato dall’arte e così ambizioso nella devozione al suo lavoro, da riuscire a convincere pure la sua prigioniera ad amare la sua idea.

Infatti, in un ambiguo rapporto che sfocia in sindrome di Stoccolma, Katia inizia ad interessarsi anche ai simboli che il tatuatole le imprime nella pelle. E anche nel momento in cui lui le infligge dolore, lei sopporta il male e accetta di farsi marchiare a vita. Katia si fa spettatrice e partecipe del processo creativo, esibendo fisicamente i segni della sua metamorfosi. Il film tratta quindi anche il tema della trasformazione.

Stilisticamente parlando la trasformazione di Katia da donna a opera d’arte è straordinaria. Il trucco e il parrucco eseguono una vera e propria opera di trasformazione nel mutare totalmente la fisicità della donna.

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Tuttavia se il film è incredibilmente originale nell’idea, pecca invece di banalità creativa nella messa in scena. Kevin Chicken è sicuramente un regista alle prime armi che tenta di narrare una storia molto interessante, senza però avere quella sapienza tecnica che possiedono invece dei registi più esperti. Certo, ci troviamo idi fronte a un’opera prima nata senza i finanziamenti e le produzioni ad alto budget, a cui siamo abituati nell’ambito del cinema mainstream. Perfect Skin è sicuramente un ottimo esempio di cinema indipendente. Tuttavia la resa fotografica e la scelta delle inquadrature è abbastanza banale. A parte alcuni dettagli e rallenti interessanti sulle tecniche del tatuaggio, la qualità fotografica del film è molto bassa.

Questo non è un difetto, ma semplicemente una mancanza che rende il film un’opera acerba, ma non per questo priva di potenzialità. Infatti il finale ribadisce con forza il messaggio di fondo del film e conferma l’idea del regista: l’uomo non è una tela. E in questa idea così autentica e sincera sta tutta la potenza di Perfect Skin.

 

Disegno in apertura di Oscar Hernando Forero Daza.

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