Horizons – orizzonti desolati

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Horizons è un film serbo del 2017 diretto da Svetislav Dragomirović. Un lungometraggio silenzioso, immerso nelle campagne serbe, in una solitudine devastante quasi alla Gabriel Garcìa Marquez.

L’azione drammaturgica è scatenata dalla dichiarazione, da parte della giovane Jovanka al marito, che il bambino che porta in grembo non è suo figlio; momento che vediamo sullo schermo solo a metà della proiezione perchè il filo temporale del film non è ordinato ma torna indietro, si riavvolge, salta avanti e piano piano spiega ogni dettaglio visivo delle scene precedenti. Rimane invece dubbia la paternità del bambino così come il reale grado di parentela trai vari personaggi. Dragomirović sembra voler convincere lo spettatore di qualcosa per poi rompere con grazia ogni ipotesi e lasciare le domande aperte. Il suo scopo è farci riflettere sul vero tema del film: la somiglianza tra uomo e animale. Le colpe e i segreti della famiglia spingono i personaggi a scelte violente, animalesche che trasformano il dottore in un veterinario e una battuta di caccia tra fratelli nel remembering di un tremendo omicidio giovanile.

La recitazione è impeccabile e ottima è la scelta degli attori i quali incarnano perfettamente i loro rispettivi personaggi. Il linguaggio è essenziale alla comunicazione, non viene detto nulla di superfluo ad eccezione di insulti e imprecazioni. Il film è, di fatto, caratterizzato dalla desolazione, acustica oltre che visiva. Sono quasi completamente assenti personaggi esterni alla vicenda della famiglia, la loro è l’unica storia che riempe la scena, senza nessuna intromissione. Come se al di là di quei campi non ci fosse nulla, come se il loro fosse l’unico mondo, isolato e persino difficile da definire nel tempo.

Dal punto di vista scenografico la pellicola si concentra sugli orizzonti della campagna serba, ripresi in diversi orari e da differenti inclinazioni ma sempre desolati e soli. Persino la scena iniziale rappresenta un orizzonte, vediamo quindi spiegato il titolo stesso del film. Curioso che la scena finale riprenda invece la melma, diametralmente opposta all’orizzonte, la quale si crea quando il lago incontra la terra ed è essa stessa più forte, come spiegano i personaggi, sia della terra sia dell’acqua. Troviamo in questa idea il significato di Horizons: quando il male si intreccia con il bene, l’umanità con la violenza e la verità con l’omertà, nasce per l’uomo una sfida nuova, più complessa di tutte le precedenti.

Ma chi è il vero protagonista di questo film? Le inquadrature ci portano a pensare che si tratti di Slobodan, il figlio di Milan. La sua è infatti la prima e ultima figura che appare sullo schermo, in una ring composition che dona al personaggio una rilevanza particolare e forse lo inquadra come l’Elena di Troia della nostra storia. Di fatto, in tutto il film, è anche di colpe che si parla, cercando di scaricare le proprie responsabilità l’uno sull’altro ma anche cercando di assumersi l’uno le colpe dell’altro, gli uomini di questa storia sono attanagliati da un sentimento di colpevolezza che si materializza nella figura del bambino mascherato. Alcuni di loro pagano con la vita, altri si sacrificano ma sarà il pubblico a decidere chi è il vero colpevole.

“Ti prenderesti la colpa per me?”

“Questo non cambierebbe che hai ucciso un uomo”

“Slobodan, vorresti tu, prenderti la colpa per me?”

Disegno di Oscar Hernando Forero Daza.

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