La trincea (1961) – La tattica vincente

Tra le opere dello scrittore Giuseppe Dessì (Cagliari, 7 Agosto 1909 – Roma, 6 luglio 1977) figurano anche soggetti per sceneggiati televisivi, uno di questi è La Trincea. Dessì descrive le giornate all’interno di una trincea basandosi sugli scritti lasciatigli dal padre, il maggiore Francesco Dessì, che visse e ideò in prima persona l’assalto alla “Trincea dei Razzi” e la conquista e resa degli austriaci. La Trincea inaugura con i suoi 54 minuti il secondo canale RAI il 4 Novembre del 1961. Il film diretto da Vittorio Cottafavi preserva il suo fascino sgualcito del bianco e nero slavato degli anni ’60 con la consapevolezza della finzione televisiva ma anche con una ricostruzione scenografica realistica assicurata dalla consulenza militare di Giuseppe Tommasi e Luigi Soffietti che facevano parte della Brigata Sassari.

La vita in trincea viene raccontata attraverso i soldati e gli ufficiali che vivono giorno per giorno la quotidianità della guerra all’interno di un buco nel terreno fangoso e malsano. Si narrano aneddoti, si discute, si fuma il sigaro e si beve grappa, a volte si ha anche la dignitosa forza di scherzare in una simile condizione, d’altronde prima di essere soldati si è delle persone. È interessante come ufficiali e soldati si ritrovino a parlare dialetti diversi spesso non capendosi, paragonabile al monologo di Mario Perrotta “Milite ignoto – quindicidiciotto” dove l’autore usa un miscuglio di dialetti utilizzati dall’esercito. Al maggiore Dessì viene comunicato da un amico suo superiore arrivato da poco che toccherà alla sua brigata tentare l’assalto alla famigerata “Trincea dei Razzi”. Ma il maggiore, calmo e controllato da una rassegnazione che fatica a mandare giù, spiega all’amico superiore che le cose andranno esattamente come le altre volte: un inutile carneficina annunciata. Il comando nelle retrovie non vuole vedere, sentire, parlare e nemmeno prendere in considerazione che le cose su cui persistono oltre che inutili siano umanamente folli.

La testardaggine e soprattutto la forza del maggiore saranno necessarie per convincere l’amico superiore che la sua tattica di assalto è quella giusta, perché lui la trincea la vive, la subisce, la sente, ogni singolo giorno. Quel buco malsano umido e fangoso gli fa desiderare ogni giorno di conquistare la “trincea dei razzi”. L’amico suo superiore può solo che comprendere il maggiore e promette di far capire la situazione ai superiori, cioè quel comando così lontano dagli spari, dai cecchini, dal filo spinato, e soprattutto da quei cadaveri in putrefazione tutt’attorno alla trincea. La tattica del maggiore è quella di veicolare il fuoco da un punto ad ovest per far credere agli austriaci una cosa sbagliata. E finalmente il Dessì potrà mettere in atto la sua idea, facendo strisciare i suoi “ladri di pecore” dal buco melmoso verso la trincea nemica, conquistandola.

La dignità, la forza e l’intelligenza del generale Dessì sta proprio nell’opporsi agli ordini del comando superiore perché fino ad ora questi strateghi con una cartina e delle pedine alla mano hanno solo fallito. Dessì vive e conosce in prima persona ogni singolo centimetro del fossato, conosce i nemici e i suoi soldati e la sua esperienza lo porterà finalmente ad un agonizzata vittoria. La recitazione misurata di Giuffrè è tutta puntata a rendere il rovello interiore di un uomo che si porta il carico della consapevolezza che manderà i suoi uomini a morire. Nonostante ciò è ben evidente la stima dei soldati nei suoi confronti, ad esempio il compaesano che gli fa il caffè e gli serve il filuferru mandatogli da casa sua. Tutti pendono dalle sue labbra, perché sarà dalla sua bocca, che prima o poi sapranno la fine che dovranno fare.

La telecamera di Cottafavi nelle scene finali segue centimetro per centimetro lo strisciare accanto ai compagni morti dei soldati sotto quell’ispido filo spinato. Il monologo finale diventa quasi un flusso di coscienza che riassume i pensieri di un soldato in un simile momento di tensione. E’ un monologo che sì, riassume cosa sta succedendo ma allo stesso tempo emoziona. Ha l’immensa capacità di farci immedesimare in un momento simile anche se, comunque è quasi impossibile capire un momento del genere se non lo si vive. Si può solo immaginare, e La Trincea ce lo riporta in un modo a dir poco realistico ed emozionante.

 

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