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Macrobio a Ravenna

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A cura di Donatella Restani

restani_1Quando Q. Aurelio Memmio Simmaco, uir clarissimus, collezionava ed emendava a Ravenna una copia dei Commentarii in somnium Scipionis di Macrobio, non era ancora stato console e prefectus urbis Romae, da Odoacre. Lo sarebbe divenuto nel 485, ricalcando, sia nell’attività politica sia nell’impegno letterario, le orme di alcuni suoi antenati, come l’oratore Quinto Aurelio Simmaco, console nel 391, o di un suo genero, Nicomaco Flaviano, console designato per il 394.

Con lui Macrobio Plotino Eudossio, uir clarissimus, uno dei discendenti, forse il figlio del figlio, dell’autore, aveva collaborato alla conservazione e alla trasmissione di quel libro simbolo, in cui Macrobio dimostrava anche per mezzo dell’esercizio delle virtù politiche si può raggiungere la felicità perfetta (igitur et politicis efficiuntur beati)  secondo la dottrina di Plotino e Porfirio.

Nell’esegesi enciclopedica, Macrobio dava conto delle implicazioni sonore della numerologia applicata al numero sette “qui numerus rerum omnium fere nodus est”, somma dei numeri tre e quattro, e dei relativi rapporti sia con gli elementi del cosmo, sia con le parti dell’anima dell’uomo, secondo la numerologia di Porfirio, commentatore del Timeo, e del platonismo pitagorizzato di Giamblico; secondo la rappresentazione dei nessi tra l’armonia delle sfere e la conformazione dell’anima secondo i numeri armonici, mediata da Temistio; secondo i rapporti numerici alla base dell’armonia delle sfere, nell’isolata citazione macrobiana dei tre libri degli Harmonica di Tolomeo.

In particolare, attribuiva all’onniscenza di Virgilio, maestro di virtù morali, il nesso tra l’intervallo consonante più completo, il dia pasōn (o symphōnia), costitutivo l’anima, e la felicità completa degli uomini, che il pius Enea invidiava ai suoi compagni, morti sotto le mura di Ilio:

                nullius disciplinae expers, plene et per omnia beatos exprimere volens ait:

                … o terque quaterque beati.

In virtù di quel legame inscindibile, l’apporto degli esegeti greci si saldava con il sapere globale di Virgilio, modello della romanitas per Simmaco. 

[…]

Non è certo che Simmaco sia stato inviato a Costantinopoli da Teoderico per un’ambasceria. Nondimeno è documentato che egli si impegnò, per promuovere una serie di contatti diretti con i circoli latini di Costantinopoli, anche grazie al ruolo politico della propria famiglia e di quella degli Anici, a cui Boezio, suo genero, apparteneva.

In particolare egli ebbe uno scambio di libri con il grammatico Prisciano. Su richiesta dell’illustre committente, e forse anche ospite, e allo scopo di incoraggiare il progetto di recupero defli strumenti essenziali per la ripresa degli studi, in cui diceva, i Romani eccellevano, insieme ai Greci, su tutti gli altri popoli, Prisciano compose tre brevi trattati, in latino: uno di semplice aritmetica applicata alle monete e ai pesi (de figuris numerorum) uno di metrica (de metris Terentii) e uno di esercitazioni (de praeexercitamentis rhetoricis) sul modello dei repertori – i progymnasmata – usati dai giovani allievi delle scuole di retorica.

Con criteri analoghi, corrispondenti ad una committenza prestigiosa e con la prospettiva di mediazione culturale, nella lettera dedicatoria dell’Institutio aritmetica (o  De institutione arithmetica) a Q. Aurelio Memmio Simmaco, Boezio formulava il progetto di scrivere distesamente quanto era noto di tutte e quattro le scienze matematiche.

Era intenzionato a compilare una sorta di biblioteca essenziale per il pubblico latino: ex Graecarum opulentia litterarum in Romanae orationis thesaurum sumpta conveximus, iniziando dallo studio dell’aritmetica, che era la prima nella diuisio mathematicae di Nicomaco (Cum igitur quattuor mathesos disciplinarum de arithmetica, quae est prima, perscriberem).

La reciprocità avviata con lo scambio del piccolo dono (munuscolo) per Simmaco, che gli aveva affidato l’arduo incarico, sembrava alludere ad alcuni aspetti della loro condivisione intellettuale, in cui la cura per la conservazione e la trasmissione del patrimonio culturale era congiunta con la sensibilità verso i valori etici della romanitas e gli ideali civili della civilitas.

La visione delle scienze intese come reciprocamente complementari, in cui ciascuna esprime il proprio apporto specialistico e, al tempo stesso, necessario agli altri saperi (Tam multis artibus ars una perficintur), era esemplificato attraverso tre esempi tratti dalle attività dei vari artigiani, che lavorano, ciascuno con la propria specializzazione, a realizzare ora una statua, ora una tavola dipinta, ora una panoplia.

Tale rappresentazione permetteva di cogliere, al di là delle convenzioni letterarie, quasi un’eco della febbrile attività artigiana che la “politica edilizia” di Teoderico aveva risvegliato, principalmente a Roma e a Ravenna, con il fine più ampio e profondo – come è stato notato – di un riequilibrio duraturo nei rapporti di convivenza fra vincitori e vinti.

Tratto da:

D. Restani, Musica per governare. Alessandro, Adriano, Teoderico, pp. 67-68, Ravenna 2004.