L’ambiente culturale

Ritratto di Leonello d’Este, Giovanni da Oriolo, National Gallery, Londra

Con Leonello d’Este la corte estense vive la sua prima grande stagione di splendore culturale.

Leonello d’Este era stato ben avviato dal padre Niccolò sia alla cultura di corte sia all’addestramento militare. Inizialmente è stato affidato a Guglielmo Capello e  poi a Guarino da Verona, uno degli umanisti più importanti dell’epoca. Guarino in quegli anni fondò una scuola a Ferrara. Lì insegnava autori pagani e cristiani e l’educazione fisica con la pratica della ginnastica, della caccia, del nuoto e della danza. Fin dalla giovane età Leonello si distinse per la cultura, la passione per i poeti e gli storici e lo studio della morale filosofica. Guarino ne lodava le potenzialità e tra i due, oltre a una relazione intellettuale, nacque anche un sincero affetto.

D’altra parte, la politica di Leonello fu improntata fino alla sua morte alla pace. Seppe stringere alleanze con vari Stati italiani evitando inimicizie e mantenendo gli equilibri. Riuscì a regnare senza andare una sola volta in guerra e riducendo sostanzialmente, di conseguenza, le spese militari.

Fu attento alla diffusione della cultura tanto che riaprì l’Università nel 1442 dove chiamò i più illustri maestri a insegnarvi. Inoltre face particolare attenzione anche all’istruzione elementare: si incaricò personalmente di nominare pedagoghi esperti e preparati.

Leonello è un significativo rappresentante del modello di principe colto e umanista, al pari di figure come Federico da Montefeltro  e Lorenzo de’ Medici. Con Leonello Ferrara si trasformerà in un importante centro di cultura e di sviluppo dell’umanesimo nell’ambito delle corti quattrocentesche.

Nel 1450 a Leonello successe Borso, suo fratello minore. Durante il suo governo Ferrara ebbe un rapido declino culturale. La città passò da centro fiorente di studi a una città meno intellettuale. Nonostante ciò l’Università venne mantenuta a spese della Camera ducale.

Borso non fu un grande intellettuale né un grande mecenate e fu particolarmente avaro nei confronti di letterati ed artisti. Un noto aneddoto riguarda la ricompensa che spettava a Francesco del Cossa in seguito al lavoro di decorazione del palazzo di Schifanoia. Il Cossa venne ricompensato dall’Estense con la stessa somma con cui venivano pagati gli imbianchini.

Dettaglio della Bibbia di Borso, Biblioteca estense universitaria, Modena

Essendo Borso più un uomo d’armi che di lettere è stato più complesso per gli storici delineare la sua condotta in campo culturale. Infatti, ogni impresa artistica da lui intrapresa era legata all’esaltazione della sua persona, come accade con la famosa Bibbia di Borso.

La Bibbia di Borso, fu l’opera d’arte più importante legata alla figura del duca. Fu il frutto di un lungo lavoro dei miniatori Franco dei Russi da Mantova, Taddeo Crivelli ed altri artisti minori. Ogni pagina della Bibbia fu decorata da ornamenti preziosi. Le pergamene sono incorniciate da figure e personaggi del Vecchio e del Nuovo Testamento e ampie scene della vita di Corte. Il duca stesso è rappresentato dallo stemma gentilizio e dalle sue “divise”: tutti segni simbolici intesi a significare le opere e i meriti del sovrano.

Borso non amava la letteratura latina ma prediligeva quella francese di stampo cavalleresco, come la Chanson de Roland o l’Entrée d’Espagne. Da questi poemi epici infatti deriverebbero i soggetti iconografici degli arazzi che Borso fece eseguire nelle Fiandre.

Fra i letterati alla corte di Borso ricordiamo figure come Ludovico Carbone e Tito Vespasiano Strozzi.

Una delle imprese più importanti di Borso riguardò la bonifica delle paludi nel contado estense, soprattutto nell’area del Polesine. Infatti il duca, tra le sue insegne, inserì l’immagine di un unicorno che purifica l’acqua con il corno o il paraduro, uno strumento in legno impiegato nelle bonifiche per modificare gli argini del Po e delle sue arterie.

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