Polimnia

Secondo pittore dello studiolo (?) Polimnia, 1458-60 ca. Tempera su tavola, Berlino, Staatliche Museen, Gemäldegalerie

Il dipinto di Polimnia rispecchia la nuova identità conferita da Guarino all’antica musa del canto sacro:

«Polimnia ha inventato la coltivazione dei campi; con le vesti raccolte, disponga zappe e vasi di semenza, tenendo in mano spighe e grappoli d’uva».

La posizione stante della figura ha fatto sollevare dubbi sull’appartenenza del dipinto alla serie per Belfiore. Parte della critica preferisce infatti associare la tavola di Berlino alle altre due di Budapest identificate come Melpomene ed Euterpe; queste sono per lo più attualmente ritenute estranee al gruppo dello studiolo. L’uniformità di dimensioni, anche se tutte le tavole sono tagliate sui quattro lati, di stato di conservazione e qualità del supporto sembra ribadire l’appartenenza della Polimnia di Berlino al ciclo di Belfiore.

La figura si erge fiera contro il cielo e il paesaggio collinare dall’orizzonte basso sono schemi adottati da Mantegna nella cappella Ovetari agli Eremitani di Padova. La  finezza con cui sono resi i dettagli derivano forse più dai dipinti fiamminghi che da Piero della Francesca. I primi erano tanto apprezzati presso la corte estense anche se l’artista italiano comunque passò da Ferrara. Anche le due scene nello sfondo di paese ricordano le miniature che impreziosivano i Libri d’Ore franco-fiamminghi. I contadini che battono il grano e il corteo dei cacciatori, allo stesso tempo anticipano l’universo cortese di Schifanoia.

La temporanea ricongiunzione delle tre tavole presso la Pinacoteca di Ferrara è utile a riproporre l’attribuzione della Polimnia all’autore dell’Urania e, in parte, dell’EratoLe prime due presentano infatti somiglianze nel panneggio e nei tratti del viso, seppure con accenti turiani nella musa di Berlino, che segnerebbe un grado più avanzato nella maturazione del nostro artista. Nessun altro dipinto della serie presenta tratti naturalistici paragonabili a quelli della cuffia, degli attrezzi da lavoro e dei tralci di vite della Polimnia. Lo scorcio di “sotto in su” con cui sono colti il piede poggiato sul podio e l’orlo inferiore della veste dichiarano le forti propensioni prospettiche dell’autore. In passato si è cercato di ricondurre la mano dell’artista a Francesco del Cossa. Si ritiene ciò di dubbia possibilità, nonostante la tavola possa costituire un testo fondamentale per la formazione dell’artista ferrarese.

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