Le Muse nelle testimonianze umanistiche

Parnaso, Andrea Mantegna, 1497, Musée du Louvre, Parigi

Lo Studiolo di Belfiore ricevette apprezzamenti e giudizi sia sotto il regno di Leonello sia successivamente, continuando sino al ducato di Ercole I, fratellastro dei due principi a lui antecedenti. I molti umanisti che soggiornavano presso la corte estense non potevano non sostare presso lo studiolo. I versi poetici e gli scritti prodotti durante la visita sono le testimonianze dell’ammirazione per le bellezze di Belfiore.

Il primo fu Ciriaco d’Ancona, un umanista impegnato a studiare l’arte antica e l’arte moderna con lunghi viaggi che lo condussero dall’Italia all’Impero Bizantino sino ai territori degli Ottomani. Nelle sue testimonianze raccolse importanti informazioni su Ferrara. Intorno al 1449m quando il principe era ancora Leonello, si fermò in città dove poté vedere le fasi di allestimento dello Studiolo. Tra le tante cose ammirate vi fu il famoso trittico di Rogier van der Weyden “Rugerius Brugiensis”, oggi perduto. Il trittico presentava al centro la Deposizione e ai lati un donatore e la Cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso terrestre. Ciriaco d’Ancona pose a confronto la sua arte con quella di Angelo Maccagnino, pittore ufficiale dello studiolo, del quale scrive:

Dell’inclinata arte di Ruggiero e dell’eccelso ingegno degli artisti è egregio imitatore Angelo Parrasio di Siena, del quale abbiamo visto nel Lazio un recente saggio di pittura, oltre che nel nobile asilo paradisiaco del medesimo inclito Marchese Leonello, che chiamano Belfiore, cinque stadi fuori dalle mura della città, finemente e mirabilmente adorno delle divine immagini delle Muse, delle insegne sacre a ciascuna e di molteplici ornamenti magnifici e illustri.

Quando Ciriaco d’Ancona visitò lo Studiolo questo doveva essere in parte allestito. Alcune delle Muse erano poste alle pareti, tra cui due, oggi scomparse, eseguite dallo stesso Maccagnino:

Di Clio e di Melpomene abbiamo già visto portate a compimento le figure. L’una si distingue per il chitone lavorato con porpora e oro e per la clamide azzurra. […] L’altra musa, avvolta in un’aurea tunica e in un manto purpureo che le scende dagli omeri, percuote con la mano la cetra leggera […].

Questo brano è una preziosa attestazione di quello che dovevano essere i dipinti certi del pittore; erano talmente belli da somigliare nello stile al nordico Rogier van der Weyden.

Altre testimonianze

Le Muse, Baldassarre Peruzzi, 1510-1525, Palazzo Pitti, Firenze

Un’altra delle testimonianze che ci è giunta risale al 1475, quando regnava Ercole I, secondo duca di Ferrara. Ludovico Carbone, acclamato poeta attivo in città, la fornì all’interno del De amoenitate, utilitate, magnificentia Herculei Barchi poco prima dell’infausto smantellamento. All’interno dell’opera letteraria vi è un dialogo tra se stesso e il colto Agostino Bonfranceschi da Rimini. I due umanisti parlano dell’ambiente e della sua appartenenza al complesso della delizia di Belfiore, inclusa nel grande parco ducale. Nel testo leggiamo:

Saliamo, se vuoi, in quella parte di sopra, invernale, che è stata fabbricata da Leonello, dove in seguito Borso ha collocato il bellissimo studio delle Muse, che tuttavia era stato iniziato da Leonello, amante delle Muse. E il suo proposito, a mio avviso, era di collocare un così nobile studio non nei boschi, ma nel palazzo di città, vicino alla sua camera, affinché potessero andare a vederlo più facilmente e comodamente i letterati e i poeti forestieri.

Contesa tra le Muse e le Pieridi, Jacopo Tintoretto, 1540, Museo di Castelvecchio, Verona

Secondo l’umanista il principe avrebbe voluto allestire lo studiolo in un luogo più comodo alle visite, e non immerso nella natura, al di fuori dell’antica cinta muraria. Il dialogo prosegue poi focalizzandosi sulle pitture e sugli artisti che parteciparono all’impresa, come Angelo Maccagnino e Cosmè Tura. Queste testimonianze danno ulteriore conferma del loro lavoro a palazzo.


Per saperne di più: Le Muse nelle testimonianze classiche

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