Urania

Secondo pittore dello studiolo, Urania, 1456-58 ca. Tempera su tavola, Ferrara, Pinacoteca Nazionale

L’immagine corrisponde piuttosto fedelmente alle indicazioni contenute nella lettera di Guarino Veronese, secondo cui Urania

«[…] tenendo l’astrolabio, contempli sopra il suo capo il cielo stellato, poiché ne ha scoperto le norme, cioè l’astronomia».

La musa siede su un trono simile a quello di Erato, presente alla Pinacoteca di Ferrara. Anche qui si vedono i simboli estensi cari a Borso d’Este: il “paraduro”, lo steccato intrecciato di giunchi, e l’unicorno. Quest’ultimo mediante il lungo corno purifica le acque, come il principe bonifica le terre paludose. Urania, così come scritto da Guarino, non posta frontalmente ma con la mano destra si tiene alla seduta. Il capo è rivolto a sinistra nell’atto di scrutare il cielo. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che la posa possa indicare che il soffitto dello studiolo potesse presentare delle decorazioni con cielo stellato, campo di indagine dell’astronomia.

Curioso è notare come in passato, quando le tavole furono disperse, la figura femminile fu letta come Inverno o Prudenza. L’erronea interpretazione è stata dovuta dalla presenza dell’astrolabio quale specchio, attributo della Virtù cardinale.

Il tempo ha causato alterazioni e danni all’opera, compresa un grande taglio sul lato destro. Nonostante ciò si leggono ancora i tratti più belli dell’ingegno del misterioso pittore che la realizzò.

Pesanti ridipinture furono effettuate nei secoli scorsi su tutto il fronte, comprese quelle del cielo. Questo tipo di manutenzione ha contribuito a dare al volto di Urania un effetto di ritaglio rispetto allo sfondo.

Se si confronta la divinità con la parte inferiore di Erato della Pinacoteca Nazionale di Ferrara la mano dell’artista sembra essere interamente riconducibile allo stesso autore. La figura, che incrocia le gambe e poggia il peso sul braccio destro, è modernamente dinamica; gli scorci prospettici dell’astrolabio, il libro squadernato e le ombre proiettate dal corpo sul marmo del trono sono indice dell’aggiornamento sulle novità toscane e forse sulle opere lasciate da Piero della Francesca a Ferrara.

Nella nascente pittura rinascimentale ferrarese di metà Quattrocento, gli stili derivanti dall’Italia Centrale si mescolarono con quelli provenienti da Padova, dove lavorò Mantegna. Gli effetti del pittore nella città veneta sono evidenti nella trattazione a panno bagnato delle vesti e nel loro rigonfio. Qui, l’influsso predominante di Cosmé Tura sull’ambiente artistico estense deve ancora pienamente realizzarsi.

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